Milazzo crime book festival: conversando con…Claudio Pinna in attesa della II° edizione

0
1034

In attesa di scoprire chi sarà il vincitore della seconda edizione di Milazzo Crime Book Festival abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Claudio Pinna, scrittore e cardiologo nonché vincitore della scorsa edizione del festival che ci ha ospitato nel suo modo abitato da storie, suggestioni e mistero.

Cosa ha ispirato La Gelsominaia di Milazzo, romanzo vincitore della prima edizione del Milazzo Crime Book Festival?

Tutto è iniziato grazie a mia moglie, che mi ha inviato un video in cui si parlava delle gelsominaie, le ragazze che nei primi decenni del Novecento raccoglievano i gelsomini nella piana di Milazzo e li inviavano a Grasse, dove poi sarebbero stati trasformati nello Chanel Numero 5.

Ovviamente, una suggestione così avrebbe potuto facilmente sfociare in un romanzo rosa, o in una qualche saga familiare, oggi tanto di moda, soprattutto se ambientate al Sud. Il problema è che io ho una mente noir…

A cosa attingi per scrivere le tue storie?

Chi scrive ha, o dovrebbe avere, le antenne sempre all’erta. Le buone storie si trovano dappertutto. A parte La Gelsominaia, il racconto con cui nel 2024 ho vinto il Gran Giallo Città di Cattolica è basato su una storia vera: quella del “suicidio” di Geli Raubal, la nipote di Adolf Hitler. Non conoscevo questa storia, che mi è arrivata grazie a un video che ho visto su un bel canale YouTube.

Il fatto che Hitler stesso sembrasse essere il vero assassino è stato l’elemento che ha fatto scattare la molla. Da lì ho iniziato a documentarmi e nella testa mi si è andata formando la storia che poi ho raccontato, basata su fatti reali, ma ovviamente con una soluzione gialla che è venuta da una fantasia.

Molte volte, gli spunti vengono da qualcosa che si legge, che poi viene rielaborata, o dalla quale si prende un aspetto che poi fa da innesco per una trama totalmente distante.

Funzionano anche i what if, cioè il famoso gioco del “e se fosse”.

A volte può sembrare che tutto sia già stato scritto, e anche sulla vicenda di Geli era già stato scritto un romanzo, di cui ammetto di essere venuto a conoscenza quando già mi ero documentato e la storia era tutta nella mia testa, ma questo non avrebbe cambiato il mio intento: storie analoghe raccontate da penne diverse sono a tutti gli effetti storie diverse.

Ogni scrittore ha un suo modus operandi prestabilito; c’è chi scrive di getto una prima bozza per poi procedere a una riscrittura, chi fa una scaletta generale, chi scaletta per capitoli e chi programma ogni minimo particolare. Tu che tipo di scrittore sei?

La distinzione tra architetti e giardinieri, creata credo da George R. R. Martin, non è sempre così netta. Almeno, questa è l’idea che mi sono fatto nel tempo a mano a mano che scambiavo opinioni con altri scrittori.

Nel mio caso dipende molto da cosa scrivo. Se si tratta di un noir, l’ambito in cui mi sembra di muovermi più a mio agio, posso tranquillamente partire da una suggestione e creare la storia man mano che la scrivo: con La Gelsominaia le cose sono andate così.

Nel caso di racconti o romanzi strettamente gialli, intendo di genere giallo deduttivo classico, credo sia indispensabile avere una sorta di schematismo, o almeno di canovaccio abbastanza dettagliato, per aiutarsi a non fare salti logici o a mancare di coerenza e di precisione negli incastri.

In realtà credo che oggi siano rimasti in pochissimi a scrivere il classico giallo puzzle, mentre per lo più il giallo si è un po’ annacquato per quanto riguarda la complessità delle trame, e insieme è stato contaminato dal noir.

La cosa che faccio più di frequente è comunque partire da una sinossi o da un’idea centrale e poi costruirci attorno una trama sotto forma di riassunto, spesso disordinato, che più che a tracciare le vie da seguire (che quasi nessuno poi segue veramente in modo così rigoroso) mi serve a focalizzare i punti principali e gli aspetti che poi andranno amalgamati nel testo.

Come vedi l’attuale panorama editoriale e cosa consiglieresti a degli aspiranti scrittori?

L’editoria italiana cerca strenuamente di sopravvivere a se stessa e lo fa come meglio può. Così, accanto ai libri degli influencer e dei calciatori, vengono pubblicati anche tanti romanzi che magari hanno poco o nessun valore letterario, ma che in qualche modo incontrano il favore del pubblico.

Il mantra ripetuto da qualsiasi editore o editor è di scrivere per il lettore. Da molti viene inteso come “scrivere commerciale, scrivere facile”.

Oggi si cerca la facilità di lettura, la scorrevolezza a tutti i costi. Io non so come sia giusto scrivere, ma so che se sulla copertina c’è scritto il mio nome, allora quello che il lettore otterrà sarà la mia, di scrittura. Che senso avrebbe pubblicare qualcosa in cui non mi riconosco?

Per i consigli, non mi sento in grado di darne così in generale, ma se dovessi provare direi che sono quelli che valgono in qualsiasi campo: cercare di migliorarsi un po’ ogni giorno, essere costanti, essere consapevoli dei propri mezzi, ma senza sconfinare nella superbia, e al contempo conoscere molto bene i propri limiti.

C’è poi il discorso del talento, che non si compra e non si acquisisce, mentre le regole, le tecniche e l’uso corretto della lingua italiana possono essere acquisite da chiunque: basta studiare.

E infine, quando hai iniziato a scrivere chi è stato il tuo modello di riferimento, se c’è stato.

L’idea di scrivere, scrivere veramente, mi è entrata in testa a metà anni Novanta, quando ho conosciuto la scrittura di Baricco e ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere in quel modo. Ma ero ancora un ragazzino: crescendo mi sono reso conto che scimmiottare i nostri eroi ci rende solo grotteschi e ridicoli.

Io cerco di apprendere dai grandi scrittori, da quelli che mi piace leggere, come Simenon, Colin Dexter, Baricco stesso, Chandler, Erri De Luca, Lucarelli, Loriano Macchiavelli, Bulgakov, Conrad e tanti altri. Queste sono le influenze, le ispirazioni, ma non vuol dire che la mia voce assomigli a quella di questi scrittori.

Credo che succeda un po’ quello che Baricco ha raccontato in Novecento: durante il duello pianistico tra lo stesso Novecento e Jelly Roll Morton avviene che Novecento sente il pezzo appena suonato da Morton, e gli piace così tanto, che decide di rifarlo.

Il problema è che lo rifà a modo suo, trasformando un ragtime in una serie di accordi lentissimi e dissonanti. Lui se la godeva un sacco mentre suonava.

Ecco: io ascolto le musiche che mi piacciono di più, le faccio mie, ma poi gli accordi che mi vengono fuori sono una cosa molto diversa, che mi piacciono e che mi godo mentre li suono.

La speranza è che piacciano anche a chi mi ascolta.

Please follow and like us:
Pin Share

RISPONDI

Scrivi il tuo commento
Inserisci il tuo nome