L’Archivio di Stato di Messina continua ad essere sotto i riflettori. Il suo discutibile e incomprensibile trasloco fuori dalle mura della Città dello Stretto ha fatto sì che intellettuali, e non, si mobilitassero per ottenere risposte al riguardo. Tra loro spicca la voce del Collettivo MessinaScrive che esprime il suo disappunto attraverso una lettera aperta, di cui pubblichiamo il testo integrale.
È impossibile per noi restare in silenzio, dopo l’ultimo aggiornamento sulla questione Archivio di Stato. Perché è impossibile, per chiunque si ritenga persona di media cultura, non sentirsi preso in giro dal maquillage mediatico che due giorni fa titolava inneggiando alla ‘soluzione’ (sic!) che finalmente avrebbe risolto l’annosa questione dello smantellamento del nostro Archivio di Stato, che già qualche mese addietro aveva portato in piazza un centinaio di persone e raccolto in pochi giorni oltre 4000 firme.
Un pasticciaccio brutto, che non solo non si è risolto affatto, se non per i soli impiegati dell’Archivio, finalmente alloggiati, a quanto pare, in duecentoquaranta metri quadri nel salotto cittadino: i documenti invece, apprendiamo, a Riposto sono e a Riposto restano.
Orbene, ci sarebbe da domandarsi cosa faranno gli impiegati di via Dogali durante le lunghe trentasei ore lavorative, sospirando dinanzi all’impossibilità di accordare agli utenti la doverosa consultazione dei documenti esiliati, e impreparati alla domanda che riecheggerà nei saloni vuoti: ‘quando sarà possibile farlo?’.
E al contempo, ci domandiamo pure quali urgenti misure stiano cercando, ancora, i nostri amministratori cittadini, regionali e ministeriali, per restituire la storia della città ai suoi impiegati e ai suoi abitanti, dopo che con un colpo di mano a filiera cortissima – quasi una cordata – si sono affrettati a liberare i locali di via La Farina, dove impiegati e documenti alloggiavano.
Vogliamo immaginare che ci siano state ragioni improvvise e ineluttabili, per prendere una decisione così importante (archiviare in un’altra città l’archivio storico della propria), che non ha dato loro il tempo di pianificare tempestivamente la ricerca di un’altra e migliore sede cittadina.
Non può che essere così, altrimenti non si spiega.
Forse è per questo che a tutt’oggi, dinanzi alle legittime proteste della popolazione, hanno scelto la via del silenzio: assordante e corale, come sa esserlo quello che precede una operazione delicata e urgente, un no comment che annuncia importanti rivelazioni.
Non può che essere così, altrimenti non si spiega.
Di fronte a tutto questo, noi che con le parole e la cultura ci dilettiamo, sentiamo il bisogno di far sentire la nostra voce: sappiamo bene che in ogni civiltà sedicente avanzata, la voce degli intellettuali e degli artisti è sempre stata preziosa consigliera di chi amministra. E non dubitiamo del fatto che i nostri amministratori sapranno rispondere alle domande che oggi con questa lettera aperta poniamo.
Ma soprattutto ci auspichiamo che lo facciano subito, prima che altre e ben più nuvolose domande, retaggio dalla saggezza latina, si affaccino nelle nostre menti:
Cui prodest tutto questo?
O forse: dum pendet, rendet?
E sono illazioni che cambierebbero il genere di questa storia fin qui narrata, trasformando il romance in mystery, se non nel più telefonato dei crime.
Ma nelle nostre menti di sognatori, fabbricanti di parole, spira ancora il buon vento dello Stretto, che allontana dalle nostre trame quelle nuvole nere.
Certi di un happy and, e in attesa di risposte, porgiamo cordiali saluti.
Il Collettivo Messina Scrive
Eliana Camaioni
Alessandro Carrozza
Guglielmo Pispisa
Agata De Luca
Antonino Mangano
Daniele Ferrara
Maria Tiziana Sidoti
Federico Ferrara
Ambra Stancampiano
Federico Lotta
Serena Manfrè
Alda Sgroi
Sam Levi
Vera Faraone
Riccardo Caputi
Silvia Messina
Lorena Dolci
Enrico Scandurra
Antonella Saia





























