Paola Nicoletti racconta la vita…del Civico 36

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In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo dal titolo Civico 36, edito da Pendragon, abbiamo intervistato la scrittrice Paola Nicoletti abbiamo conversato sulla caducità della vita: che può essere leggera, dura, o complicata ma sempre e costantemente fuggevole.

Stefano, protagonista del racconto Vado via per un po’, sceglie la solitudine per far pace con sé stesso e risolvere i suoi drammi interiori, assumendo in tale contesto un’accezione positiva. Ma quale significato assume la solitudine per uno scrittore?

La solitudine per una persona che scrive per comunicare, perché questo mi sento io e fatico a definirmi scrittrice, è terreno fertile, è il limo del Nilo.

La sua personale perché gli consente di sentirsi dentro, di darsi la giusta attenzione e trasformarla in un creativo dono di sé al lettore. Quella narrata, scavata, esplorata, come stato dell’anima o situazione di fatto, offre spunti riflessivi  intensi e condivisibili. Quella di Stefano è voluta, cercata proprio perché dolorosa. E’ scelta come per punirsi, ma con la coscienza-speranza che possa divenire col tempo catartica e salvifica.

Amore e cambiamento spesso camminano in parallelo ma quanto si cambia per amore e quanto per sé stessi?

Come si cambia- cantava Fiorella Mannoia. Come e quanto si cambia, si cambia per amore e poi l’amore ci cambia a sua volta. Siamo sentimenti, pensieri ed emozioni in continua evoluzione ed è proprio il cambiamento a renderci quello che siamo. Capita che si cambi per amore, la stessa Mannoia con le parole di Ivano Fossati cantava: – e se ci trasformiamo un po’  è per la voglia di piacere a chi c’è già o potrà arrivare a stare con noi-

Mi rendo conto che con le mie risposte è più probabile che si vendano i cd di Fiorella Mannoia piuttosto che i miei libri.

Dunque, cambiare per amore. Forse lo facciamo un po’ tutti, soprattutto all’inizio di una storia, almeno noi donne tendiamo a farlo, io l’ho fatto.

Se l’amore ci porta  a cambiare in meglio, a smussare le nostre asperità, la motivazione iniziale può anche essere l’amore, ma in realtà è un favore che si fa a se stessi. Ma deve essere una scelta, non un’imposizione, un adattamento, non un lasciarsi stravolgere e manipolare.

Nel caso di Chiara, la protagonista di Nemiche Amiche, i cambiamenti fatti per amore sono il sintomo di un’ insicurezza di base su cui “Lui“ faceva leva. Alcune persone sono molto abili a scovare le insicurezze dell’altro e farne un punto di forza. Ma questo è un modo poco corretto di giocare e può diventare pericoloso. Cambiare migliorandosi a vicenda, in un crescere insieme sano, consapevole e sempre nell’ottica di un  totale rispetto reciproco.

Ogni anno muoiono migliaia di donne per mano di individui che avevano promesso loro di amarle e proteggerle, negando di fatto la parità tra uomo e donna che si pensava erroneamente di aver conquistato. Cosa deve cambiare affinché ciò non succeda più? E cosa manca per una reale parità di genere?

Mi ricollego alla risposta precedente, le dinamiche che si costruiscono in una coppia devono essere basate prima ancora che sull’amore sul rispetto reciproco. Le persone cambiano, i sentimenti si modificano, l’amore può svanire, ma il rispetto, quello, deve rimanere. Il rispetto delle scelte dell’altro, della sua libertà di esserci o andar via. Anche quando questo provoca molto dolore e getta nella disperazione.

L’amore per forza, la presenza quella ottenuta con la violenza, con la costrizione o con la paura, non è amore.

La parità tra i generi non deve essere il risultato di una guerra, almeno non nella coppia. In ogni coppia dovrebbero formarsi degli equilibri personalizzati. Non è la coppia in cui l’uomo lava la biancheria o la donna cambia l’olio alla macchina quella in cui si respira la parità.

Ogni persona è a se e i ruoli nella coppia si definiscono adattandosi.  La parità, il valore enorme della persona, uomo o donna che sia, di quello che pensa, di quello che vuole, deve esistere nel patrimonio sociale, culturale ed etico dell’essere umano, il resto viene da sé. Il problema nasce quando, per i motivi più vari, in alcuni individui, questo traguardo di civiltà non è stato ancora raggiunto, quando retaggi mai superati di supremazia, di dominio, di potere del più forte, cozzano con la loro insostenibilità, quell’uomo si trova davanti alla sua impotenza nei confronti delle libere scelte della donna che credeva fosse di sua proprietà e si sente piccolo, insicuro, fragile  e reagisce con l’unica arma che gli rimane, la violenza, perché non sa perdere, non ha gli strumenti per accettare una sconfitta, un rifiuto, un abbandono. La soluzione non è dietro l’angolo, c’è molto da fare. Ci troviamo in una fase di cambiamento socio-culturale molto importante e il problema va affrontato da diverse prospettive. L’obiettivo primario sono i giovani, i nostri figli, ai quali proporre valori imprescindibili, come quello della vita e il rispetto di essa, il rispetto dell’altro e di se stessi, ragazzi a cui   offrire esempi e modelli positivi, loro sono il futuro, ma noi dobbiamo prepararlo, mettendoci in discussione, cercando di capire dove e perché stiamo sbagliando e correggendo il tiro.

La lotta alla pedopornografia è, da qualche tempo, sempre più presente in tutti i disegni di legge, ma anche quando si riesca a proteggere i bambini da questo pericolo nella vita di tutti i giorni il problema continua a proporsi quando vanno in rete. Lei cosa pensa al riguardo? Esiste un modo, a parte la polizia postale, per proteggere i bambini da questi pericoli virtuali certo, ma anche tremendamente reali?

Il mondo dell’infanzia non si tocca e non riuscirò mai a spiegarmi come possa esistere, da quale più o meno recondito buco nero dell’essere umano possa avere origine la malsana tendenza a violarlo. Quale piaga oscura dell’animo umano porti un individuo a colpire i più piccoli, i più fragili, i più indifesi. Forse meglio non scoprirlo mai e continuare a far finta di credere che sia esclusiva di una feccia malata e lontana. E’ una falla nell’umanità della quale non riesco a trovare alcun senso.

Il mondo virtuale ha spianato la strada, ha reso facile e possibile qualsiasi passaggio, qualsiasi scambio, qualsiasi comunicazione e se questo ha portato enormi vantaggi in alcuni settori così ha agevolato anche chi ne ha fatto strumento per i propri perversi obiettivi. Come difendersi? Non è facile. Con la conoscenza, il tenersi al passo con le tecnologie dei nostri figli, la presenza costante e attenta, un po’ come fossero in giro per il mondo anche seduti sul divano di casa. La storia di Adelina, ambientata in tempi in cui si tendeva a secretare certe vergogne, affronta il tema dell’abuso che avviene in ambito familiare. Il più infido, quello che si copre nella spavalda certezza che la vittima non parlerà. Ma la piccola Adelina cambierà il corso degli eventi.

In molti racconti si parla del tempo che avanza, come se questo portasse soltanto ad una inesorabile fine, ragion per cui le chiedo com’è il suo rapporto con il tempo?

Una domanda interessante. Il tempo che fugge e porta via è una tematica ricorrente nel libro così come nella mia vita. La nostalgia, la malinconia e questo sguardo sovente voltato indietro caratterizza il mio sentire e di conseguenza il mio raccontare. Qualcuno, rubando il termine alla corrente letteraria di inizio secolo, ops dovrei dire di inizio secolo scorso, come passa il tempo!!! Qualcuno dicevo, definisce crepuscolare il mio modo di guardare alla vita che scorre. Già da bambina, prima di andare a dormire mi lamentavo con mia madre di quanto fosse sprecato il tempo dedicato al sonno, di quanta vita si perdesse in quelle ore inutili. Molti dei personaggi dei miei libri, delle mie poesie, dei miei testi teatrali affrontano il rapporto con il tempo. Ognuno a modo suo cerca il modo di vincere la sottile paura che il suo trascorrere scatena, esorcizzandola con ironia,  cercando di rallentare la sua corsa assaporandone ogni momento o fermandola tra pagine che lo sconfiggeranno, andando oltre.

Sì dice che in ogni libro ci sia sempre qualcosa di autobiografico, e allora quanto c’è di lei in questo libro?

Forse non volendo abbiamo già in parte dato alcune risposte a questa domanda nel corso dell’intervista.  Come diceva Calvino, lo scrittore scrive di altri per raccontare se stesso. C’è un po’ di me in ogni storia, in ogni vita che racconto, in qualcuna c’è anche la mia vita, filtrata e rivista come  se a vivere quella determinata circostanza non fossi stata io ma la persona che grazie a quell’occasione sono diventata.

E infine, com’è nata l’idea di questo romanzo?

E’ nata dal mio modo curioso ed empatico di posare lo sguardo sull’altro, il dirimpettaio, il collega, l’autista del bus. Osservarlo con un’attenzione diversa e  studiarlo come sotto la luce di un microscopio  per scoprirne pensieri ed emozioni. Il resto è immaginazione che racconta la vita, con le sue tematiche talvolta banali, altre difficili, alcune gioiose, divertenti, altre cariche di dolore, in un saliscendi terribilmente e piacevolmente umano.

 

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